L’articolo di Ilaria Dioguardi pubblicato su Vita il 23 aprile 2024, dal titolo “Così si abbassa il sipario sul teatro in carcere”mi fa riflettere, ma che purtroppo non mi stupisce. Parlo da chi su quel palco, con la compagnia di Opera Liquida, ci è salito davvero. Per anni, il teatro all’interno della casa di reclusione di Milano Opera non è stato “uno svago”, ma l’unico momento in cui potevamo smettere di essere un numero di matricola per tornare a essere persone.
Leggere l’articolo di Ilaria Dioguardi su Vita mi fa male perché capisco esattamente cosa stiamo perdendo. Quella circolare del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) dello scorso ottobre non è solo un atto burocratico: è un muro che si alza dove noi avevamo faticosamente aperto un varco.
Quando sei “dentro”, il pubblico che viene da fuori è il tuo specchio. Recitare davanti a persone libere significa assumersi una responsabilità: quella di farsi capire, di trasmettere un’emozione, di dimostrare che il cambiamento è possibile. Senza quel pubblico, il teatro diventa un esercizio sterile, un monologo allo specchio che rischia di morire nel chiuso di una cella.
La notizia che le decisioni siano state centralizzate a Roma, togliendo autonomia ai direttori che conoscono il territorio e i singoli percorsi, è un salto all’indietro di trent’anni. Applicare restrizioni a pioggia solo perché in un istituto ci sono sezioni di Alta Sicurezza o 41-bis, punendo di fatto anche la Media Sicurezza, è una logica che non tiene conto della rieducazione.
Come dice giustamente Elisabetta Zamparutti, questa è una violazione dei principi europei. Se il carcere diventa un luogo totalmente impermeabile all’esterno, la recidiva non può che aumentare. Il teatro di Opera Liquida, guidato con dedizione da Ivana Trettel, ci ha insegnato la disciplina, il lavoro di squadra e il rispetto. Ci ha insegnato che potevamo essere “altro” rispetto al reato commesso.
Togliere il teatro di fronte a un pubblico significa togliere l’ossigeno. Significa dire a chi sta cercando di ricostruirsi: “Non importa quanto ti impegni, resterai sempre e solo un recluso”. Spero vivamente che questa denuncia di Nessuno tocchi Caino e del Comitato europeo per la prevenzione della tortura porti a un passo indietro.
Perché un carcere senza cultura e senza scambio con la società non è un luogo di giustizia, è solo un magazzino di anime che, una volta fuori, saranno più sole e disorientate di prima.
