Il cognome oltre le sbarre: la storia di Margherita Lazzati

In carcere i cognomi pesano in un altro modo. Di solito raccontano la storia di un reato, una dinastia criminale o una sfortuna che ti porti dietro da generazioni. Ma ci sono volte in cui un cognome nasconde qualcosa di completamente diverso, e nessuno se ne accorge per vent’anni.
È la storia di Margherita Lazzati. Chi frequenta le carceri milanesi la conosce semplicemente come Margherita: Margherita che dal 9 giugno 2011 entra in carcere si siede davanti a chi sta scontando una pena e ascolta. Senza giudicare, senza fare prediche, portando un po’ di normalità in un posto dove la normalità non esiste. Per oltre 15 anni ha fatto questo servizio in silenzio, senza mai far pesare o esibire le sue origini.
Poi, l’altro giorno, il segreto è venuto fuori. È successo quasi per caso. Margherita aveva già mandato un invito a un giornalista di Mabul per la commemorazione della strage di Capaci e per l’incontro sulla Festa della Repubblica all’Ambrosianeum in via delle Ore a Milano. Ma l’ultimo invito, arrivato proprio in queste ore, è quello che ha squarciato il velo: una locandina dell’Università Cattolica del Sacro Cuore per un evento che si terrà domani, venerdì 5 giugno, dedicato interamente alla figura di Giuseppe Lazzati. È stato da lì, da quel volantino dell’università, che si è scoperto chi sia veramente Lazzati e, soprattutto, chi sia lo zio di Margherita.
Per chi non si intende di storia, Giuseppe Lazzati è stato uno di quelli che ha letteralmente scritto le regole del nostro Paese. Durante la guerra si è fatto i lager tedeschi perché non voleva stare con i fascisti. Poi, nel 1946, è andato a Roma ed è diventato uno dei Padri Costituenti, uno di quelli che ha buttato giù la Costituzione italiana. Insieme a un gruppo di giovani intellettuali, Lazzati si è battuto per un’idea molto semplice ma rivoluzionaria: lo Stato esiste per servire la persona, e non il contrario. Ogni singolo cittadino ha dei diritti inviolabili, chiunque esso sia, e la dignità umana non si perde mai.
Ecco perché la storia di Margherita colpisce. Senza sbandierarlo ai quattro venti, per vent’anni ha preso quell’idea dello zio e l’ha messa in pratica dove ce n’era più bisogno: in cella. Lì dove spesso lo Stato si dimentica delle persone e le riduce a un numero di matricola, lei ha portato ascolto e rispetto, trattando tutti da esseri umani, proprio come dice la nostra Carta.
Il fatto che nessuno sapesse chi fosse suo zio per così tanto tempo dice tutto sullo stile di questa donna. Non è venuta in carcere a fare passerella o a spendere un nome importante. Ci è venuta a rimboccarsi le maniche. Un’eredità pesante, quella di Giuseppe Lazzati, che Margherita non ha portato scritta su un biglietto da visita, ma stampata nei fatti, un giorno dopo l’altro, dietro le sbarre.
Oggi, a dire grazie a Margherita, c’è tutta la redazione di Mabul e, insieme a noi, i ragazzi del laboratorio di scrittura creativa e poesia che si tiene ogni sabato nel carcere di Milano Opera. Un ringraziamento che arriva direttamente da tutti quei detenuti che in questi anni hanno avuto l’onore di conoscere la “nostra” Margherita. Quella vera, quella che per farsi voler bene non ha mai avuto bisogno di un cognome.


Condivido parola per parola, Margherita con la sua dolcezza, con il suo tono pacato,con l occhio umano della sua macchina fotografica, Margherita che ha condiviso con noi anche la dolcezza della sua Mamma, Margherita grazie di cuore per essere al nostro fianco con la semplicità di chi è vero,di chi si dona senza chiedere ….