Un’opportunità che trasforma le vite: il riscatto passa dai banchi di scuola (anche dietro le sbarre)
Di Claudio Lamponi
Martedì 22 settembre l’Aula Manfredini dell’Università Bocconi ha ospitato un appuntamento di straordinario valore civile: la celebrazione dei dieci anni del polo universitario all’interno della Casa di Reclusione di Milano Opera. Un evento ricco di spunti e di ospiti illustri, ma che per me ha avuto prima di tutto il sapore di un riabbraccio profondo e carico di significato.
Tra il pubblico e sul palco c’erano tre detenuti, tre amici di vecchia data: Mattia, Denis e Pasquale. Li ho conosciuti qualche anno fa, quando muovevo i miei primi passi all’interno del polo universitario in carcere. Loro erano i detenuti per così dire “chic”: avevano il computer personale, le videolezioni registrate e persino quaderni e penne con il marchio Bocconi. Io, invece, ero un nuovo ingresso appena iscritto all’Università Statale di Milano, disorientato ma determinato.
La cosa straordinaria è che quel giorno, a distanza di anni, tutti e quattro avevamo concluso i nostri percorsi accademici. Vederli lì sotto una luce completamente nuova, ognuno con una strada autonoma, un lavoro di responsabilità e obiettivi di vita solidi, mi ha riempito il cuore di gioia. Anni fa c’era una sola cosa a unirci oltre alla condanna: l’obiettivo incrollabile di riconoscere i nostri errori e uscire da quel posto come persone migliori, più istruite e circondate da un giro di amicizie totalmente rinnovato. E quel giorno ho capito che, per quanto la strada sia ancora lunga e piena di pregiudizi da abbattere, la direzione intrapresa è indiscutibilmente quella giusta.
L’evento, condotto con sensibilità da Elisabetta Soglio (responsabile dell’inserto Buone Notizie del Corriere della Sera), ha visto alternarsi le voci di chi questo progetto lo vive e lo sostiene quotidianamente:
- Francesco Billari (Rettore dell’Università Bocconi), che ha ricordato come l’università sia un’istituzione nata per cambiare le vite e come la longevità di oggi offra seconde e terze possibilità a chi non ha avuto le stesse opportunità all’inizio della propria strada.
- Pietro Bianchi Fedrigoni (Direttore del corso di laurea CLEAM), che ha definido il corso di economia aziendale un vero e proprio “ascensore sociale”, capace di aprire le porte della comunità accademica anche a chi parte da posizioni di grave svantaggio.
- Giancarlo Monina (Presidente della Conferenza Nazionale dei Poli Universitari Penitenziari – CNUPP), che ha illustrato la crescita della rete nazionale, arrivata oggi a coinvolgere 57 atenei e quasi 2.000 studenti detenuti in circa tre quarti degli istituti italiani.
- Giacinto Siciliano (Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria), che in un messaggio ha rimarcato come per ottenere risultati elevati sia necessario offrire stimoli elevati e strumenti adeguati.
- Rosalia Marino (Direttrice della Casa di Reclusione di Milano Opera) e Giorgio Leggieri (Direttore della Casa di Reclusione di Bollate), che hanno testimoniato l’importanza dell’alleanza virtuosa tra accademia e strutture penitenziarie per offrire percorsi reali di riscatto e reinserimento sociale.
- Elisabetta Genovese (Responsabile amministrativa del Progetto Carceri), vera e propria colonna portante dell’iniziativa insieme ad Antonio Devoto, la quale ha emozionato la sala mostrando un cigno di origami ricevuto in dono dai detenuti di Opera nel 2017. Un cigno composto da centinaia di piccoli pezzi di carta incastrati tra loro: la metafora perfetta della trasformazione che avviene attraverso lo studio, la costanza e la resilienza. Elisabetta ha inoltre ricordato i numeri del progetto dal 2016 a oggi: 147 candidati totali, 17 studenti attivi quest’anno, 24 docenti tutor coinvolti e 6 laureati che oggi lavorano stabilmente.
- Marta Cartabia (Prorettrice all’Impegno Sociale ed ex Ministra della Giustizia), che nel suo intervento conclusivo ha offerto una riflessione alta e toccante sul senso della pena e del percorso educativo. Cartabia ha spiegato che, in un momento storicamente buio per le carceri italiane a causa del sovraffollamento, un progetto universitario funziona come “un accendino acceso in una stanza scura”: non risolve da solo i problemi strutturali della giustizia penale, ma accende una speranza concreta per chi decide di rimettersi in gioco. Richiamando l’articolo 3 della Costituzione, ha ricordato che il compito primario delle istituzioni è proprio quello di “rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della personalità”, togliendo i macigni dalla strada delle persone per permettere loro di riprendere in mano il proprio futuro.
È stata una giornata che non potevamo neanche immaginarci qualche anno fa e che oggi ci dimostra che non importa chi sei o da dove provieni: a volte l’influenza della tua istruzione e la gente che ti circonda possono davvero definire chi sei e chi sceglierai di diventare.
Un ringraziamento speciale va ad Elisabetta Genovese, per essere stata in tutti questi anni una presenza costante e fondamentale tra i banchi del nostro polo universitario, garantendo con dedizione e umanità che nessuno venisse mai lasciato indietro.
