Oltre le mura: come “La città di tutti” di Elena Granata restituisce uno spazio a chi non vedeva l’ora di uscire
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C’è un momento, durante una lunga detenzione, in cui il concetto stesso di città smette di essere un luogo fisico e diventa un ricordo dai contorni sfuocati. Quando passi molto tempo senza varcare il portone d’uscita, il mondo esterno rischia di ridursi a ciò che intravedi da una finestra inferriata o ai dettagli dei racconti durante i colloqui. Le strade, le piazze, le fermate dell’autobus e la gente che cammina di fretta rischiano di trasformarsi in mere astrazioni.Proprio oggi, negli spazi della Fondazione Ambrosianeum di Milano, l’urbanista Elena Granata ha presentato il suo nuovo libro” La città è di tutti, dialogando con Fabio Pizzul e con il sindaco di Seregno Alberto Rossi. Ascoltare e ripercorrere le riflessioni nate da questo incontro ha aperto una breccia inaspettata nel muro dell’isolamento quotidiano. Nelle pagine di Mabul, dove raccontiamo il disorientamento che attraversa il mondo e le nostre esistenze, le parole risuonate all’Ambrosianeum divengono una mappa inaspettata per orientarsi tra esclusione, tempo e speranza.Il cuore della riflessione affrontata dall’autrice e dai suoi interlocutori affronta una domanda fondamentale: di chi è la città, e soprattutto chi ha davvero il diritto di farne parte quando le dinamiche economiche e sociali tendono a selezionare chi sta dentro e chi resta fuori? Per chi vive la condizione detentiva, questo messaggio risuona con un’ampiezza particolare. La vita urbana contemporanea è schiacciata dal ritmo frenetico e spesso perde la capacità di ascoltare ed entrare in sintonia con le persone. La sensazione di estraneità e isolamento non riguarda solo chi si trova all’interno di un istituto penitenziario, ma anche chi, nell’apparente libertà della metropoli, viene spinto ai margini da spazi che non sanno più accogliere.Un punto centrale dell’opera e del confronto pubblico è stato il rifiuto della rassegnazione. Elena Granata, insieme a chi amministra il territorio e a chi promuove la cultura civile, invita a immaginare alternative possibili, proponendo una pianificazione a lungo termine basata sulla cura, sulla sostenibilità e sulla comunità. Per chi non esce da anni, questa prospettiva diventa un profondo esercizio di libertà mentale. Significa innanzitutto riscoprire il senso di appartenenza, riconoscendo che lo spazio pubblico è un bene comune che appartiene a ciascuno, compreso chi ha sbagliato e desidera ricostruire il proprio percorso.Questo approccio permette anche di superare l’idea del tempo della pena come un semplice tempo morto, spingendo a riflettere sul contributo concreto da portare al tessuto sociale del domani. Mantenere lo sguardo aperto sul mondo e comprendere le trasformazioni attuali, dalle sfide ambientali alle nuove forme di cittadinanza attiva, aiuta a non farsi trovare impreparati quando si tornerà ad attraversare quelle strade.L’incontro all’Ambrosianeum dimostra che ricostruire la società richiede l’apporto di ogni singola componente, senza dimenticare nessuno. Per le lettrici e i lettori di Mabul, questo testo e le voci che lo hanno accompagnato non rappresentano un semplice saggio di sociologia o urbanistica, ma una vera e propria bussola. Ci ricordano che, nonostante le sbarre e gli anni trascorsi lontani dalle piazze, la nostra responsabilità sociale non è reclusa: la sfida di costruire una città inclusiva comincia prima di tutto nella nostra capacità di immaginarla.
