Mentre l’onda colorata del Napoli Pride attraversava le strade del centro cittadino, rivendicando con orgoglio la visibilità dei corpi, l’estensione dei diritti civili e la fine di ogni discriminazione, a pochi chilometri di distanza, dietro i muri di cemento e le pesanti inferriate del carcere di Secondigliano, il silenzio della reclusione veniva rotto da un messaggio inaspettato. Poche righe, scritte a mano su fogli di carta millimetrata, capaci però di superare i controlli di sicurezza, la fitta burocrazia penitenziaria e l’isolamento delle mura. A firmarla sono state le detenute transgender ospitate nella sezione protetta dell’istituto di pena napoletano, che per l’occasione hanno scelto di autodefinirsi le Sirene di Secondigliano. Le loro parole, lette pubblicamente dal palco principale della manifestazione davanti a migliaia di persone, hanno squarciato il velo su una realtà sommersa e dimenticata, ponendo un interrogativo brutale ma necessario: cosa significa lottare per la propria identità di genere quando lo Stato, prima ancora di punire il reato commesso, cancella la tua stessa essenza e il tuo nome d’elezione? La detenzione per le persone transgender e di genere non conforme in Italia si trasforma quasi sistematicamente in una vera e propria pena al quadrato. Alle privazioni strutturali della libertà personale e ai disagi legati a un sovraffollamento cronico che in questa caldissima estate sta toccando picchi drammatici in tutta la penisola, si aggiunge infatti un isolamento identitario profondo e devastante per la psiche. Il primo scoglio, apparentemente formale ma profondamente sostanziale, è di natura burocratica e linguistica. Negli istituti penitenziari italiani l’anagrafe interna risponde ancora a regole rigidissime: se i documenti non sono stati legalmente e definitivamente modificati prima della condanna definitiva, la detenuta viene registrata, chiamata dal personale e trattata a tutti gli effetti secondo il genere assegnato alla nascita. Questo fenomeno di continuo misgendering istituzionale si traduce in una micro-violenza quotidiana che logora profondamente la salute psicologica dei soggetti ristretti. C’è poi la complessa questione del diritto alla salute e della continuità terapeutica. L’accesso regolare alle terapie ormonali sostitutive, così come la possibilità di effettuare visite endocrinologiche o ricevere un supporto psicologico mirato, è costantemente ostacolato dalla cronica carenza di medici specializzati all’interno delle strutture e dai tempi biblici che caratterizzano la sanità penitenziaria. Interrompere bruscamente una transizione medica non rappresenta solo una battuta d’arresto clinica, ma costituisce un trauma fisico e identitario dalle conseguenze incalcolabili. Per garantire l’incolumità fisica ed evitare abusi, il sistema prevede l’inserimento di queste persone nelle cosiddette sezioni omogeneizzate. Se da un lato questa misura evita il rischio concreto di violenze e discriminazioni feroci da parte della popolazione detenuta comune, dall’altro si traduce in un paradosso escludente. Spesso queste sezioni speciali sono microscopiche, isolate dal resto della struttura e totalmente escluse dalle principali attività trattamentali, dai corsi di formazione professionale, dalle attività ricreative o dal lavoro interno. Chi è protetto finisce per essere più escluso degli altri, vedendo vanificato il dettato dell’Articolo 27 della Costituzione che individua nella rieducazione e nel reinserimento sociale il fine ultimo della sanzione penale. Il grido d’aiuto delle Sirene arrivato fino alla piazza del Pride dimostra però che le sbarre non possono recidere del tutto i fili della solidarietà umana e della rivendicazione dell’autodeterminazione. Portare la loro voce nel cuore di una manifestazione politica significa ricordare che la lotta per la dignità umana non deve arrestarsi sulla soglia dei penitenziari. Il successo di altri progetti di inclusione attivati sul territorio campano dimostra che quando la società civile costruisce ponti reali con il dentro, l’alternativa alla devianza esiste davvero. Le detenute di Secondigliano chiedono esattamente questo: non essere cancellate dal perimetro dei diritti fondamentali, mantenendo il diritto di esistere con il proprio nome e la propria identità anche durante l’esecuzione di una condanna, perché la legittima privazione della libertà non dovrebbe mai coincidere con la sistematica demolizione dell’essere umano.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *