Ecco il link diretto all’articolo di Elisa Campisi su Avvenire che abbiamo utilizzato come fonte:
C’è un momento preciso in cui la cronaca delle emergenze – quella che giustamente riempie le pagine dei quotidiani in queste ore, tra le sezioni sequestrate a Sollicciano e il sovraffollamento record di San Vittore – cede il passo alla realtà dei fatti, quella dei territori che, senza fare troppo rumore, le soluzioni provano a costruirle un centimetro alla volta. Una di queste risposte, densa di carne e di terra, è emersa con forza in un reportage di Elisa Campisi pubblicato su Avvenire all’interno della pagina di Economia Civile, dove al centro del racconto c’è una realtà che conosciamo bene, la Cooperativa Sociale Nazareth di Cremona, e una parabola umana che scardina in un solo colpo i cliché su immigrazione, sicurezza e inclusione. La storia è quella di un giovane migrante arrivato in Italia senza documenti che, schiacciato dall’indigenza, commette l’errore più facile e immediato di cercare guadagni rapidi nella microcriminalità e nello spaccio di strada, un copione già scritto che per casi come questo prevede l’arresto, la detenzione e un decreto di espulsione non appena scontata la pena, alimentando un ciclo perfetto per produrre ulteriore marginalità e invisibilità. Il cortocircuito positivo avviene sul finire della detenzione grazie all’incontro con la cooperativa Nazareth, attiva all’interno della rete nazionale del Consorzio Cgm, dove il ragazzo viene inserito nei progetti di agricoltura sociale iniziando a raccogliere more e recuperando dignità un passo alla volta, dimostrando così che il lavoro della terra è uno strumento terapeutico, stabile e concreto che lo trasforma da bracciante stagionale a dipendente contrattualizzato con un regolare permesso di soggiorno. Ma il vero fulcro che rende questa storia un modello di scuola per il Terzo Settore è ciò che accade nel post-inserimento, perché una volta conquistata l’autonomia economica e abitativa questo giovane ha scelto di fare un passo ulteriore attivando un circolo virtuoso di accoglienza e diventando padre affidatario di ben quattro minori stranieri non accompagnati, ragazzi soli che rischiavano di fare gli stessi identici errori e che in lui trovano un modello visibile di integrazione riuscita. L’inchiesta di Avvenire – che tocca anche altre eccellenze lombarde come la cooperativa Cascina Biblioteca di Milano, dove oltre 120 persone con disabilità o fragilità seguono percorsi di lungo periodo basati sulla responsabilizzazione e non sul semplice impiego – solleva però un tema politico centrale lanciato da Giusi Biaggi, presidente del Consorzio Cgm, sul fatto che queste imprese sociali di tipo B portano alle comunità un beneficio immateriale enorme abbattendo la recidiva e alleggerendo la spesa dei servizi sociali, eppure spesso rimangono invisibili nelle gare d’appalto pubbliche dove la burocrazia riduce le marginalità di chi fa inclusione. La sfida, allora, non è solo istituzionale ma diventa una chiamata alla responsabilità per ciascuno di noi come consumatori consapevoli, poiché scegliere i prodotti dell’agricoltura sociale significa compiere un atto politico quotidiano, riconoscendo che dietro un cestino di more o la cura di un giardino pubblico c’è la dignità restituita a una persona e, di riflesso, a tutta la nostra comunità.
