C’è un muro invisibile che circonda ogni istituto di pena, ed è molto più difficile da scalare rispetto ai blocchi di cemento armato o alle recinzioni spinata che delimitano i nostri spazi. È il muro dell’indifferenza sociale, del pregiudizio, di quella narrazione tossica che vorrebbe il detenuto rimosso dalla società, privato non solo della libertà, ma anche del diritto di avere una voce. Per questo, quando un riconoscimento importante accende i riflettori su chi quel muro lo spende a picconate ogni giorno, la notizia risuona con forza anche tra le pagine del nostro giornale.

Il Premio nazionale “Riccardo Polidoro”, giunto alla sua terza edizione e intitolato alla memoria del celebre avvocato penalista che ha fatto della difesa dei diritti dei ristretti la sua missione di vita, è stato assegnato quest’anno all’unanimità a Ornella Favero. Per chi fa giornalismo tra queste mura, Ornella non è un nome qualunque: è la direttrice e l’anima di Ristretti Orizzonti, la storica rivista nata nel 1997 all’interno della Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova. Una realtà sorella, un punto di riferimento per tutte le redazioni nate all’ombra delle sbarre, compresa la nostra.

La motivazione: la parola come strumento di dignità

La giuria del premio – composta da figure di primissimo piano del mondo della giustizia e dell’informazione, tra cui il presidente dell’Unione Camere Penali Italiane, Francesco Petrelli, e il procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo – ha espresso parole che colpiscono dritto al cuore della nostra condizione. Ornella Favero è stata premiata perché “ha oltrepassato il muro del carcere e quello ancor più invalicabile dell’indifferenza sociale facendo della sua vita un ponte tra la comunità carceraria e il mondo esterno, per restituire dignità, voce e speranza ai reclusi”.

In queste poche righe c’è il senso profondo di quello che cerchiamo di fare ogni giorno anche qui su Mabul. Scrivere dal carcere non è un esercizio di stile, né un passatempo per riempire le lunghe ore vuote della carcerazione. Scrivere significa esistere. Significa dimostrare al mondo esterno che dietro un reato, dietro un numero di matricola, ci sono persone capaci di riflettere, di cambiare, di produrre cultura e di interloquire con la società civile.

Il lavoro che Ornella porta avanti a Padova da quasi trent’anni dimostra che la cultura è l’unica vera chiave per una reale riabilitazione. Attraverso il consorzio della stampa penitenziaria, di cui è una colonna portante, ha insegnato a generazioni di ristretti a guardarsi dentro e a raccontarsi senza sconti, ma anche senza la rassegnazione di chi si sente definitivamente sconfitto.

Una sfida aperta alla politica e alla società

Un altro passaggio fondamentale della motivazione sottolinea come la premiata abbia “ininterrottamente interpellato la politica con le sue appassionate e appassionanti iniziative: spesso ignorata, ma mai arresa”. È una dinamica che conosciamo bene. Troppo spesso i gridi d’aiuto, le proposte di riforma, le denunce sul sovraffollamento e sulla carenza di tutele sanitarie e psicologiche che partono dalle carceri rimangono lettere morte nei cassetti dei ministeri. La politica tende a dimenticare il pianeta carcere, se non quando si tratta di cavalcare l’onda del populismo penale.

Eppure, l’esempio che ci arriva da Padova ci dice che non bisogna arrendersi. Il giornalismo fatto dall’interno ha il dovere di essere una spina nel fianco delle istituzioni, un promemoria costante dell’articolo 27 della nostra Costituzione. Non si tratta di chiedere sconti, ma di pretendere che il tempo della pena sia un tempo di ricostruzione e non di pura afflizione.

L’appuntamento di Rimini

Il premio verrà consegnato ufficialmente il 12 e 13 giugno a Rimini, in occasione del X Open Day dell’Unione Camere Penali Italiane. Sarà un momento di confronto importante tra avvocati, magistrati e operatori del settore, in cui la voce del carcere reale entrerà con forza nel dibattito giuridico.

A Ornella Favero vanno i complimenti e il ringraziamento sincero di tutta la redazione di Mabul. La sua vittoria è una vittoria anche per noi, perché conferma che la strada intrapresa – quella della parola scritta come strumento di riscatto e di cittadinanza – è l’unica via possibile per abbattere quel muro invisibile e costruire, finalmente, una società più giusta e inclusiva.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *