
LA MERCERIA DEI FILI SMARRITI
Lo capii nell’esatto momento in cui entrai per la prima volta in una stanza appartata del carcere di Opera dove da trentadue anni si tiene un laboratorio di scrittura creativa e di poesia. So perché siete qui, pensai. Non ho bisogno che me lo raccontiate. Non serve ascoltarlo dalla vostra voce, né leggerlo dalla vostra penna. Io sono qui per lo stesso motivo. Certo, come volontario del progetto, mi sentivo lontanissimo da loro. Io arrivavo con la mia automobile e, dopo poco più di tre ore, tornavo alla mia vita, libero di decidere dove andare e cosa fare. Loro no. Le loro giornate hanno il ritmo delle serrature. Vivono in celle di pochi metri quadrati, qualche fotografia, qualche libro, il tempo contato dalle aperture e dalle chiusure delle porte. Ogni gesto è preceduto da un permesso, ogni spostamento da un cancello. Eppure, non era quella la distanza che contava. Mi domandai allora quale fosse il filo che ci teneva uniti. Cosa poteva accomunare un uomo definito “libero” e un uomo detenuto? Forse, il bisogno di essere ascoltati. Di dare un nome alle proprie paure. Di salvare ricordi destinati a sbiadire. Di trasformare emozioni, fragilità, rimpianti e speranze in parole, perché le parole, a volte, sono l’unica forma di libertà che nessuno può sequestrare. Fu proprio mentre rincorrevo quella domanda che, quasi per caso, mi apparve una stradina stretta e silenziosa. Avrei giurato di non averla mai notata prima. In fondo alla via si nascondeva una piccola bottega, discreta come se non desiderasse esser trovata. Entrai, senza sapere bene il perché. La commessa alzò lo sguardo dal bancone. «Che filo cerca?» «Uno qualsiasi», risposi d’istinto. Lei sorrise con la pazienza di chi aveva sentito quella risposta molte volte. «Mi dispiace», disse. «Qui non esistono fili qualsiasi.» «Vede, c’è il filo di Arianna, ormai consumato da secoli di labirinti. Il fil rouge, che non riesce mai a stare fermo e pretende di attraversare ogni storia. Il filo del discorso ogni tanto si diverte a scappare lasciando le persone immobili con la bocca aperta. Il filo invisibile della rete, che, così giovane, si crede il primo filo della storia. Poi. C’è il filo del tempo, sottilissimo, che nessuno ha mai osato tagliare e nessuno è mai riuscito a stabilire dove inizi e dove finisca.» «Questo perché è pieno di piccole annodature?» Chiese il ragazzo. «Quello è il filo del destino, ha la pessima abitudine di fare nodi dove nessuno li vuole. Qui invece c’è il filo della memoria, è anziano: perde continuamente qualche centimetro e poi giura di non ricordarsi dove l’ha lasciato. A fianco di quest’ultimo vi era una sorta di rientranza, una parte dello scaffale anch’essa con un’etichetta di specifica, ma nulla al suo interno. «Vorrei questo, signora, il filo sottile del dubbio, dove lo tenete?.» Sul volto della merciaia piombò un’espressione di bonaria malinconia. «È l’unico filo che non custodiamo in negozio. Il filo sottile del dubbio, è dentro ognuno di noi.»
Gianluca Piccoli
