Si è appena concluso l’incontro all’Ambrosianum di Via delle Ore e noi della redazione di mabul.it siamo ancora qui, con le parole che vibrano nell’aria e addosso la sensazione netta di aver assistito a qualcosa che scuote nel profondo. C’eravamo anche noi stasera, confusi tra il pubblico di una sala affollatissima, a respirare l’intensità di un dibattito che toglie ogni alibi e mette a nudo quello che succede davvero dietro le mura del carcere attraverso la presentazione del saggio “Fuori legge” di Roberto Mozzi. Sentire Valeria Bertolini definire questo libro un punto di accesso privilegiato per comprendere il reale funzionamento dell’istituzione penitenziaria fa capire subito che non ci si trova davanti a una sterile denuncia, ma a un diario di bordo scientifico e umano che nasce da dieci anni trascorsi a fare la cosa più difficile e rivoluzionaria in quel contesto, ovvero ascoltare. Mozzi è salito sul palco e ha demolito la narrazione pacifica della pena parlando a filo diretto di una realtà che opera letteralmente fuori legge, dove la distanza tra il dettato costituzionale dell’articolo ventisette e la prassi quotidiana è diventata un baratro incolmabile. Ci ha ricordato che la Costituzione ci consegna un obiettivo risocializzante ma che la gestione sotterranea e quotidiana dei numeri, con un sovraffollamento nazionale che sfiora i sessantacinquemila detenuti, si traduce in un taglio sistematico dei servizi essenziali, il che significa concretamente meno psicologi, meno educatori e meno sanità per tutti. Ascoltando le storie condivise stasera all’Ambrosianum si percepisce tutto il peso dei tre percorsi di sofferenza affrontati nel saggio, a partire dalla piaga invisibile e feroce della salute mentale, con il racconto drammatico di persone con patologie psichiatriche lasciate nelle celle più spoglie e sporche, senza riscaldamento in pieno inverno e private persino dei vestiti per evitare atti autolesionistici, nel cinismo di un sistema che ripete a se stesso che è sempre stato così e che passerà. Poi c’è il fallimento del diritto al lavoro, che dovrebbe essere il motore principale per restituire dignità e che invece viene negato alla stragrande maggioranza della popolazione detenuta a causa di una cronica carenza di personale che blocca ogni attività, e infine il peso di una povertà che trasforma il carcere in un mero contenitore sociale della marginalità dove chi non ha risorse o reti familiari subisce una doppia condanna. Ma il momento in cui la sala è rimasta col fiato sospeso è stato quando Mozzi ha ribaltato la logica del cattivismo punitivo invocato dall’opinione pubblica con un ragionamento di puro pragmatismo e intelligenza civica, ricordando che chi sbaglia deve soffrire non sta scritto da nessuna parte e che, poiché la quasi totalità delle persone prima o poi tornerà in libertà, se le restituiamo alla società incattivite e private della loro umanità riproporranno esattamente lo stesso problema, dimostrando che curare il carcere non è buonismo ma intelligenza sociale. Questa serata all’Ambrosianum, che richiama il grido d’allarme dell’Arcivescovo Mario Delpini sul fallimento comunitario che si consuma nel cuore di Milano, ci lascia addosso la certezza che una parte della città non vuole più voltarsi dall’altra parte e che, dopo aver ascoltato queste parole, non è più possibile dire non sapevo.

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