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C’è un’Italia che emigra, spesso spinta dall’indifferenza delle proprie classi dirigenti e dalla mancanza di prospettive, eppure porta con sé una radice civile che nessun confine riesce a recidere. È l’Italia dei “cervelli in fuga”, ragazzi che, lontano da casa, scoprono di possedere un pantheon morale così solido da trasformarsi in baluardo dell’onore nazionale, persino laddove le istituzioni ufficiali scelgono il silenzio o la prudenza diplomatica.

Il fenomeno non è nuovo, ma continua a colpire per la sua disarmante spontaneità. Alcuni anni fa, il sociologo Nando dalla Chiesa raccontava un episodio emblematico avvenuto a Granada. In occasione dell’anniversario della strage di via D’Amelio, un gruppo di giovani italiani guidati da una ricercatrice precaria decise di protestare davanti ai locali di una nota catena di ristoranti spagnola dal nome tristemente grottesco: “La mafia se sienta a la mesa” (La mafia si siede a tavola). Vetrine tappezzate di volantini con il volto di Paolo Borsellino e le immagini della devastazione del 1992, domande dirette ai clienti sul senso di consumare un pasto all’ombra di un’apologia criminale confezionata a uso e consumo del marketing turistico.

Quell’azione civile affondava le sue radici nell’indignazione solitaria di un altro studente, Mauro Fossati, che durante un periodo Erasmus in Spagna era rimasto così colpito da quel fiancheggiamento culturale da farne l’oggetto della propria tesi di laurea presso l’Università degli Studi di Milano. Ed è proprio a Milano che questa storia è tornata a vibrare sabato scorso, durante le solenni commemorazioni della strage di Capaci, unendo idealmente il filo della memoria accademica a quello dell’impegno civico sul territorio.

Durante l’evento milanese, la rettrice Marina Brambilla e il sindaco Giuseppe Sala hanno voluto ricordare pubblicamente la parabola di questo studente. Un gesto tutt’altro che formale, che sposta l’asse del discorso pubblico: la memoria dei giudici Falcone e Borsellino, degli agenti delle loro scorte e di tutte le vittime della criminalità organizzata non è un pezzo da museo, ma una grammatica viva, appresa nelle aule scolastiche e universitarie, capace di farsi azione concreta.

Le parole dei rappresentanti istituzionali milanesi hanno riacceso i riflettori su un paradosso doloroso. Com’è possibile che l’ostentazione commerciale del marchio mafioso all’estero – dalle salsicce “Falcone” a Vienna ai menù intonati ai boss in Spagna – debba trovare come unico argine la reazione indignata di studenti e ricercatori fuori sede? Dove si nascondono i canali della diplomazia culturale? Le rassegne stampa ministeriali registrano da anni l’espansione di queste catene, eppure l’azione delle nostre ambasciate appare debole, quasi rassegnata a considerare questi insulti alla memoria storica come semplici bizzarrie commerciali.

Mentre la politica interna si perde spesso in sterili dispute e le istituzioni centrali rischiano di apparire passive nello scacchiere internazionale, sono proprio i giovani traditi nelle proprie speranze lavorative a difendere l’onore del Paese. È l’eterogenesi dei fini di cui parlava dalla Chiesa: espulsi o costretti a cercare fortuna altrove, questi ragazzi restituiscono all’Italia l’immagine migliore di se stessa. Un’immagine fatta di decenza, di studio e di rifiuto categorico di qualsiasi compromissione o banalizzazione del fenomeno mafioso.

La memoria di Capaci e via D’Amelio trova così una nuova forma di cittadinanza globale. Non si esaurisce nelle pur fondamentali cerimonie ufficiali, ma cammina sulle gambe di una generazione di emigrati istruiti, cresciuti con l’educazione alla legalità. Sabato scorso, a Milano, la determinazione di quegli studenti ha significato ribadire che la lotta alla mafia è, prima di tutto, una questione di dignità e di cultura.

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