Ascoltare le storie degli altri per ritrovare la propria strada: la voce di mabul.it dal Teatro Franco Parenti

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Milano, Teatro Franco Parenti, Via Pier Lombardo. Quando un detenuto esce, la sua testa a volte viaggia a mille all’ora, travolta da un vortice di pensieri, di aspettative, di paure e dal bisogno disperato e urgente di ricostruirsi una strada, di rimettere insieme i pezzi di una vita rimasta in sospeso per troppo tempo. C’è un rumore di fondo costante, dentro e fatto di calcoli, di passi da compiere, di tentativi per riallacciare i fili con un mondo che è andato avanti senza di te. Ma ci sono giorni, e ci sono pomeriggi particolari, in cui è profondamente salutare staccare la spina, smettere per un attimo di rincorrere il futuro o di fare i conti con il passato, uscire dal proprio guscio e fare un passo fuori per andare a sedersi in platea, in un teatro vero, a farsi attraversare dalle storie degli altri. È quello che è successo oggi qui a Porta Romana, varcando la soglia del Parenti, un’occasione preziosa per affidare la mente al racconto di qualcun altro, lasciando che siano le parole a fare il lavoro faticoso della cura. Noi di mabul.it, un giornale fatto e scritto da chi vive la detenzione e il margine, sappiamo benissimo cosa significa cercare un nuovo inizio, barcollare tra le difficoltà e cercare un senso in mezzo alle macerie, e per questo trovarsi in platea ad ascoltare uno come Domenico Iannacone non è come assistere a un normale spettacolo o a un reportage televisivo da consumare distrattamente sul divano di casa, ma è un’esperienza che ti sbatte in faccia la realtà con una dolcezza disarmante, diventando a tutti gli effetti uno specchio amico. Iannacone non sale su un palco per fare la lezione o per recitare una parte, sale per condividere un pezzo di strada, e per noi che scriviamo da dietro le sbarre o che portiamo addosso i segni di quel mondo è la dimostrazione vivente che il giornalismo e la cultura non sono cose astratte, ma un atto d’amore radicale, una stretta di mano che non giudica, un modo per restituire la dignità che spesso il mondo tende a calpestare o a dimenticare in un angolo buio. Viviamo in un tempo in cui l’informazione corre veloce, consuma le notizie in pochi secondi e urla continuamente per catturare un briciolo di attenzione, mentre Domenico Iannacone sceglie ostinatamente la strada opposta, il passo lento del viandante, l’ascolto vero, il rispetto profondo e rigoroso per chi ha vissuto il dolore, la tempesta, la marginalità. E dai racconti che sono risuonati oggi sul palco del Parenti è emersa la vita nuda e cruda, quella fatta di cicatrici che non si chiudono del tutto e di rinascite inaspettate, rievocando la forza di quegli scatti storici e di quelle immagini che immortalano la scienza che si apre a un tentativo disperato e famoso, come un grande sforzo che però non sa ancora se vincerà o perderà contro il tempo. È risuonata la voce di storie straordinarie come quella di Roberta, una donna che ha saputo portare nel petto, per ben diciassette anni, due cuori che battevano insieme, un’immagine potente e dolorosa che ci costringe a fare i conti con cosa significhi aggrapparsi alla vita con ogni fibra del proprio corpo, accettando la fragilità, attendendo la speranza di un nuovo trapianto, lottando contro la fatica degli organi che cedono e contro un corpo che a volte ha bisogno di un aiuto estremo per continuare a camminare, scoprendo che a volte si vive con due cuori che si aiutano, comprendendo che così il proprio corpo avrebbe potuto reagire meglio alla sua patologia, unendo i battiti in un unico filo di speranza. Sono storie che ci riguardano da vicino, che ci parlano direttamente alla pancia prima ancora che alla mente, perché raccontano di cadute rovinose ma soprattutto di quella forza incredibile, quasi sovrumana, che l’essere umano sa tirare fuori quando tutto sembra perduto e la scienza stessa arriva a un punto in cui non può fare di più, costringendoci ad adattarci al limite e alla vita. Portare queste inchieste civili, questo giornalismo che si fa carne, sul palcoscenico di un teatro storico come il Parenti significa trasformare lo spazio scenico in una vera e propria casa comune, un luogo di resistenza culturale dove la cronaca si spoglia della freddezza algida dei numeri, delle statistiche giudiziarie o dei resoconti burocratici, per restituire il respiro, la voce, il battito dei protagonisti. In fondo è proprio di questo che abbiamo tutti un bisogno disperato, di qualcuno che ci ricordi che nessuno di noi è uno scarto, che non esistono vite di serie A e vite di serie B, e che dietro ogni storia che appare difficile o invisibile c’è un universo intero che merita di essere ascoltato fino in fondo, proprio come accade a chi esce e cerca una nuova strada, unendo i battiti di un cuore che ha ricominciato a lottare. Uscire dal teatro oggi, dopo aver ascoltato queste parole in via Pier Lombardo, significa riprendere la propria strada con una consapevolezza nuova e incrollabile, sapendo che finché c’è qualcuno capace di raccontare e qualcuno disposto ad ascoltare con il cuore aperto, la partita della nostra umanità non è mai perduta.

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