Oltre il mare: il ricordo che non ho mai raccontato

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Il giorno in cui la prima barca è arrivata da Lampedusa, il mare non sembrava più soltanto acqua. Portava con sé un carico denso, spaventoso, fatto di scheletri di legno e storie interrompiti a metà.

Lavoro alla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti da oltre cinque anni. Per molto tempo le persone mi hanno fatto domande sul mio percorso e ho sempre risposto con totale sincerità, lasciando però un unico e silenzioso segreto chiuso in un angolo della mia memoria.

Ho iniziato questo cammino da liutaio, guidato dalle mani e dall’esperienza del maestro Enrico Allorto. Insieme ci siamo dedicati ai primi violini della Fondazione, quegli strumenti nati dal legno dei barconi rimodellato per restituire un suono di speranza. Ma nella vita bisogna anche saper riconoscere i propri limiti: fare il liutaio è un mestiere incredibilmente complesso, un’arte che richiede una mente del tutto sgombra da pensieri e una manualità imponente.

Quando ho capito che quella non era la mia strada, si è presentata un’altra opportunità: occuparmi direttamente delle barche in arrivo da Lampedusa. Il mio compito era smontarle, recuperare il legno e prepararlo per essere inviato nelle carceri in cui la Fondazione lavora, come Monza, Rebibbia e Secondigliano, dove altre mani avrebbero continuato il riscatto. Sono stato il primo, insieme al mio amico Andrea, ad accogliere quelle prime imbarcazioni scaricate al porto.

Erano barche cariche di terrore, ma anche degli oggetti abbandonati da chi vi aveva viaggiato. Ricordo le camere d’aria: all’inizio non capivo a cosa servissero, finché con un brivido non ho realizzato che venivano usate come salvagenti improvvisati. Ho trovato scatole di cibo con scritte in lingue sconosciute e date di scadenza passate da anni. Vedere tutto ciò che le persone avevano lasciato nella fretta e nel panico di toccare terra mi ha cambiato per sempre.

Poi ho trovato qualcosa che ha fermato il tempo: una scarpetta Nike. Sarà stata lunga al massimo dieci centimetri, di una bambina, con il logo rosa sfumato dalla salsedine. È stato uno dei primi oggetti emersi da quella barca e senza dubbio il più significativo. In quel momento una pioggia di domande mi ha travolto: dove era finita quella bambina? Perché c’era solo una scarpa? E l’altra, che fine aveva fatto? Ma soprattutto: quella bambina era ancora viva?

A quelle domande non c’era risposta. Per anni ho tenuto con me quella scarpetta, custodendola gelosamente come una reliquia di umanità. L’ho mostrata raramente, permettendo solo a due fotografe di scattarle una foto.

Oggi, d’improvviso, quel ricordo è tornato a bussare con la forza di un’onda. Ho visto che uno di quegli scatti è stato scelto per la locandina di una mostra fotografica dell’amica e fotografa Barbara Cardini, allestita presso la Galleria La Seravezziana dal 22 agosto al 13 settembre.

Rivedere quella fotografia stampata mi ha trafitto il petto. Mi ha riportato esattamente a quel giorno e a quell’istante, ricordandomi la lezione più profonda che quell’oggetto mi ha insegnato: al di là delle frontiere, del colore della pelle o dei soldi che abbiamo in tasca, siamo tutti esseri umani. E ogni vita merita di essere ricordata.

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